Una casa di parole

Qualche anno fa mi è stato chiesto di scrivere qualcosa sui trasferimenti, le lingue e il fare casa qua e là per un’antologia bulgara che poi è stata trasformata in una pièce di successo e poi è uscita anche in inglese. Il mio pezzo è stato tradotto dalla cara amica Neva Mï su un treno e successivamente dal bulgaro all’inglese da Ekaterina Petrova. Sotto in inglese.

A few years ago I was asked to write something about displacement and languages and settling in random places for a Bulgarian anthology that was later turned into a successful pièce and then came out in English too. My piece was translated by my beloved friend Neva Mï and later from Bulgarian into English by Ekaterina Petrova.


Fare casa. Questa era stata la mia risposta. Qualche anno fa, durante un seminario di traduzione, dovevamo rispondere ad alcune domande per conoscerci meglio. La domanda era “cosa vi viene meglio nella vita”. Boh, il vuoto nella testa. Qualcuno aveva detto cucinare, altri lavorare a maglia o curare il giardino o altre cose più o meno meravigliose. A me non veniva nessuna idea. Poi mi è venuto in mente che in effetti quando sto in giro (un po’ di mesi l’anno) sono molto brava a cucirmi addosso degli spazi in cui isolarmi e lavorare. In pratica, mi fermo da qualche parte e “faccio l’uovo”, come dice una mia amica. Lavoro più o meno sei ore al giorno sette giorni su sette, come a casa.

Siccome faccio fatica a stare ferma in una stanza, e mi piacciono le persone, i rumori, le città con tanti milioni di abitanti, le strade e i vicoli, le chiacchiere con gli sconosciuti, vivrei facilmente in un vagabondaggio perenne – ma di vagabondaggi non si campa. Invece a traduzione mi tiene a terra, come la mano di qualcuno che stringe il filo di un palloncino. Dormo poco, lavoro qualche ora, esco, passeggio, naso per aria, mangio, parlo con qualcuno, vedo gli amici, torno dentro, altre ore di lavoro, e così via, una mappa di quotidianità.

In genere non scelgo dove stare, faccio casa in stanze di amici, in case vuote, in alberghi economici, in hotel di lusso se ho una conferenza o devo tenere un seminario, in appartamenti universitari. Non mi interessa molto lo spazio in cui devo o voglio acquattarmi per qualche settimana o mese. Generalmente mi basta che ci sia una finestra (a Hong Kong o Singapore non è scontato) e wifi.

Ho vissuto per parecchi inverni in una pensione di Bombay che costava più o meno dieci euro al giorno. Pavimenti coloniali dai fasti ormai sbiaditi, niente mobili, solo il letto e una grande finestra e una cassettiera per i vestiti. L’onnipresente luce al neon al soffitto. Nessuna lampada e nessun comodino. Bagni in comune. Lavoravo sul letto a gambe incrociate. Molta felicità.

In un altro alberghino lavoravo in veranda, con i tappi nelle orecchie. Vista su baracchini di tè, impiegati che correvano al lavoro, massaie, perditempo, mendicanti, motorette, sporadiche mucche, gatti, topi, cani spelacchiati. Nella veranda di fronte c’era un bordello malconcio, e nelle pause di lavoro mi fumavo una sigaretta contemplando le prostitute che si spazzolavano metri di capelli o si pittavano le unghie perfette. Al mattino, io mi svegliavo presto e ci facevamo ciao con la mano, loro andavano a dormire e io mi mettevo a tradurre.

Oppure a Penang, in Malesia, durante un festival a cui ero invitata, sono stata qualche settimana in una grande stanza fané con vista sul mare di piombo, navi giocattolo all’orizzonte (pensavo molto ai pirati in quel periodo), e un giardino denso di durian puzzolente e gelsomino fragrante. Era la villa cadente di una famiglia cinese, con tutti i ninnoli e le cartine geografiche e le fotografie di un passato vicino ma ormai ricoperto di polvere. Poi un giorno il wifi non funzionava e quando sono andata a protestare, alla reception mi hanno detto con aria affranta che i topi si erano mangiati i fili. Oppure all’università di Lahore, in Pakistan, avevo una stanza piena di luce in un campus universitario verde ed efficiente. Dalla mia finestra vedevo le facce sveglie e gli occhi stellati di chi è giovane e non ha perso le speranze in un posto dove si può saltare in aria facilmente. A Karachi ho fatto casa in un albergo con tante guardie della sicurezza intorno e il giubbotto antiproiettile sul comodino. Ho conosciuto gente meravigliosa. Al Cairo ho fatto casa per un anno in una casa vera, con la veranda. Lavoravo sempre nella veranda. A Tokyo avevo una stanzetta con tutti i confort in miniatura: tavolino, lettino, bagnetto.

Ci sono molte biblioteche in cui ho fatto casa, con i ventilatori lenti che non facevano altro che spostare schiaffi d’aria calda, come all’Asiatic Society, o la David Sassoon di Bombay. O quella dell’Indian Institute of Management di Ahmedabad, capolavoro di modernismo disegnato da Louis Kahn, o la New York Public Library, o la Braidense a Milano.

Sono anche abbastanza brava a fare casa in aeroporto e in aereo. In treno poi è facilissimo: soprattutto nei lunghi viaggi sulle cuccette indiane, dove nella tua nicchia lavori, dormi, mangi, leggi, chiacchieri con i compagni di viaggio. Sali a Delhi e scendi a Mysore in meno di due giorni, voilà. In movimento mi sembra di lavorare bene, paesaggi che scorrono al finestrino e lo sferragliare che dà il ritmo al pensiero e alle dita sulla tastiera.

Come se, mentre traduco, mi trasferissi in una bolla che non ha tempo né luogo. Così trovo finalmente la pace, per giocare con le parole mie e dell’altro, per mischiarle e scambiarle e metterle al posto giusto, con il suono esatto. Come un bambino concentrato che fa un puzzle.

* * *

Ho iniziato a tradurre per colpa di un libro. I wonder as I wander è un memoir di viaggi del poeta afroamericano Langston Hughes. Che poi non era solo poeta ma drammaturgo, romanziere, giornalista, oltre ad essere nero, omosessuale e comunista. Ecco, questo personaggione scorrazzava per l’Unione sovietica e Cuba e i Caraibi negli anni ’30, per conferenze, produzioni teatrali, e perché era un esploratore nato, un insaziabile curioso, uno che faceva casa facilmente.

I suoi scritti sicuramente mi hanno influenzato, ma quello che davvero mi ha fatto innamorare era il titolo: quelle due parole omofone, il cui significato cambia completamente grazie a una modesta consonante, un suono impercettibile, un piccolo segno soltanto, una gambetta, se si scrivesse in corsivo. Quel titolo ha dentro il rumore dei passi, il movimento impercettibile della testa che si alza a guardare, la fantasia che corre, gli occhi sgranati che cercano di vedere tutto, la mente che vaga in cerca di risposte, il ping pong dei dubbi. Mi ricordo che ho pensato: questo titolo è intraducibile. E subito dopo: forse potrei viaggiare e tradurre. E in quel momento ho capito che non mi interessava la vacanza breve, l’atterraggio svelto e rapace in un luogo. No, volevo stare settimane, mesi, in una città. E quel lavoro me l’avrebbe permesso. Forse, non lo sapevo. Invece questa idea di guadagnarmi da vivere wondering as I wandered, è diventata realtà.

E non ho ancora trovato la traduzione perfetta per quel titolo. Ma d’altronde la traduzione definitiva non esiste, non l’ho detto io, ma Borges. El concepto de texto definitivo no corresponde sino a la religión o al cansancio. E per me non esiste la casa definitiva, la patria definitiva. In fin dei conti resto in Italia per pigrizia. I lunghi viaggi sono più semplici dello sradicamento totale.

E tutte le volte che faccio casa, e rimango per qualche mese da qualche parte, mi trovo a fare i conti con la lontananza, ma alla fine sono i libri che traduco a farmi compagnia, a farmi sentire a casa. Come se pernottassi io stessa nel famoso “Auberge du lointain” di qui parlava Antoine Berman. Metafora della traduzione, l’ostello della lontananza è il luogo dove lo straniero trova ospitalità, dove gli estranei, io e l’autore, si incontrano e parlano, e generano insieme la stessa storia in una nuova lingua.

Io nei miei alberghetti, o albergoni, mi ritrovo così a fare casa per me, ma anche per il mio lavoro, perché alla fine mi piace stare in un nido comodo e confortevole, e fare in modo che le parole del libro che ho davanti siano felici e a loro agio nell’ostello che creo per loro.

E la cosa divertente è che spesso mi ritrovo a tradurre Teju Cole in un albergo da maharaja di Jaipur, tutto rosa e arancione e mosaici, oppure Saki in una sobria stanzetta in stile shaker di una residenza per scrittori e traduttori nel verde di Ghent, upstate New York. Oppure Iris Murdoch in una camera in affitto nel Queens e Siri Hustvedt a casa mia a Milano. Come se non mi trovassi mai nel posto giusto, e davvero fosse uno spazio astratto a contenere me e la traduzione. O forse, come se mi sentissi sempre a casa.

* * *

La mia casa vera, da qualche anno, è una casa con molta luce, e molto bianca. Quarto piano, senza ascensore. Vengono amici da tutto il mondo a dormire sul divano gigante che ormai lascio sempre aperto.

Non contiene quasi niente, questa casa. Tre finestre fino al soffitto, una grande parete piena di libri, due tavoli bianchi, e un mobile bianco. Cucina bianca, bagno bianco, ecc. Era già così, ho solo passato un’altra mano di bianco. I vestiti mi piacciono ma sono troppo pigra per comprarli, ne ho pochi. I libri mi piacciono ma devo smettere di comprarli, ne ho troppi. Quindi si vedono solo libri, in questa casa.

Non ho oggetti in giro, niente quadri, niente fotografie.

Ho imparato a non attaccarmi alle cose. Forse non sono nemmeno troppo attaccata a questa casa. La presto o l’affitto volentieri quando non ci sono.

Forse allo stesso modo non mi attacco troppo alle parole che uso per tradurre. Con il passare degli anni ho acquisito un certo distacco – che ovviamente perdo regolarmente – rispetto a quello che si perde. In effetti è un’arte, lo diceva bene la Bishop.

Visto che perdere è scontato, mi piace pensare a quello che guadagno.

Per esempio, guadagno tante persone: persone che mi tengono compagnia in modo bizzarro, un po’ come i personaggi immaginari con cui molti di noi hanno parlato da piccoli. Tutti i personaggi che, come per magia, si mettono a parlare nella mia lingua, e rimangono con me per parecchio tempo, il tempo lungo di una traduzione e del ricordo. Rimangono con me con la loro voce, i vestiti, gli sguardi, il modo in cui camminano, gesticolano.

Guadagno, o potrei anche dire, rubo, le loro storie, racconti di matrimoni, guerre, nascite, divorzio, morte, e tutti i sentimenti intrecciati: odio, affetto, passione, sospetto, gioia. Eccetera eccetera.

Guadagno nuove parole, parole inventate dall’autore, parole che sono costretta a inventare, parole complicate, parole poetiche, parole fastidiose.

Guadagno ricordi dei dettagli, a volte insignificanti, di cose che traduco, come minuscole fotografie. Un diario, tipo instagram, fatto di mani, finestre, occhi, tazze di caffè, bicchieri di whisky, stazioni di servizio, abiti, forbici, rossetti. Catturano la mia attenzione per la loro bellezza o per il timore di non riuscire a replicarla.

Sono tesori piccoli, ma compensano di gran lunga le perdite.

E poi guadagno anche tesori enormi, geografie intere. Ho viaggiato dappertutto nei libri che ho tradotto. Migliaia di pagine sparpagliate in continenti diversi.

Infatti quando viaggio, anche per tanti mesi, la mia borsa è minuscola.

Less is more.

A Home of Words

Fare casa. Making a home. That’s what I told them. This was at a translation seminar a few years ago, and the participants were asked questions as a way of getting to know one another. One of the questions was, “What do you do best in life?” How was I supposed to know? I couldn’t think of anything. Somebody said cooking, someone else said knitting or gardening, a third person mentioned other things, all of them more or less wonderful. I couldn’t think of anything at first, but then it occurred to me that whenever I’m on the road (which is several months out of the year), I’m really good at putting together a pleasant space around myself, where I can be on my own and work. That is, I tend to stop over and “lay an egg,” as a friend of mine says. I work around six hours a day, seven days a week, like I do at home.

Because I get restless from just sitting in a room and because I like people, ruckus, cities with millions of inhabitants, large boulevards and little streets, talking to strangers, I wouldn’t mind constantly wandering —although wandering doesn’t put food on the table. But translation keeps me grounded, like a hand that holds a balloon by the string. I sleep a bit, work for a couple of hours, go out, wander about, eat a bite, talk to someone, meet with friends, work for another few hours, and repeat—this is the map of my daily life.

I’m not picky about the space itself—I can make a home in the spare rooms of friends, in empty houses, in cheap hostels, in fancy hotels (if I’m giving a lecture or leading a seminar), in student dorms. I’m almost indifferent towards the places where I either have to or want to spend a few weeks or months. In general, all I need is a window (which in Hong Kong and Singapore, for example, can’t be taken for granted) and wi-fi.

I spent more than a couple of winters in a Mumbai hostel where the room cost 10 euro a day. Its colonial floors were decorated by faded ornaments and it had no furniture apart from the bed, a large window, and the chest with my clothes in it. The ubiquitous neon light on the ceiling. No lamp, no bedside table. A shared bathroom. I worked on the bed, with my legs crossed. Total bliss.

In another little hotel, I used to sit on the veranda and translate with earplugs in my ears while enjoying a view of a tea-selling stand, of office workers rushing to work, of housewives, kibitzers, beggars, scooters, of the occasional cow, cat, mouse, mangy dog. The veranda across from me belonged to a ramshackle brothel and I spent my smoking breaks observing the hookers while they were brushing their meters-long hair or polishing their perfect nails. In the morning, I’d wake up and we’d wave at one another—they would go off to sleep and I’d sit down to translate.

Or in Penang, Malaysia, where I was invited for a festival and spent a few weeks living in a shabby spacious room whose windows looked out to a leaden sea with toy ships on the horizon (pirates were something I often thought about at the time) and a garden overgrown with stinky durian and fragrant jasmine. The room was located in a decrepit villa, owned by a Chinese family and filled with all kinds of tchotchkes, maps, and photographs from a not-too-distant but already dust-covered past. When one day the Internet didn’t work and I went to complain, the receptionist forlornly informed me that rats had gnawed through the cables.

In Lahore, Pakistan, I had a light-soaked room on a verdant and efficient university campus. Through my window, I could see the wide-awake faces and bright eyes of the young people who still felt hopeful about a place where one could easily get blown to bits in an instant. In Karachi, I made my nest in a hotel surrounded by dozens of security guards and kept a bulletproof vest on my nightstand. I met some wonderful people. In Cairo, I spent a year feeling at home in a real house with a veranda, where I would always sit to work. And in Tokyo, I had a room where all the conveniences were in miniature: a tiny table, a little bed, a doll’s bathroom.

There are also many libraries where I’ve made a home: in their halls with slow fans that don’t cool the space down but only slap the hot air around. Like the libraries of the Asiatic Society or David Sassoon in Mumbai, for instance. Or the library of the Indian Institute of Management in Ahmedabad, a modernist masterpiece designed by Louis Kahn, or the New York Public Library, or the Biblioteca Nazionale Braidense in Milan.

I’m also quite good at making a home in airports and on airplanes. But there’s nothing easier than making a home on a train, especially on those drawn-out journeys in Indian couchette cars, where your cubbyhole serves as a place to work, sleep, eat, read, chat with one’s traveling companions. You get on in Delhi and in less than two days—voilà!—you find yourself in Mysore. I seem to work well when I’m in motion—the landscapes flow on the other side of the window while the rattling of the wheels on the rails sets the rhythm for the thoughts in my head and my fingers on the keyboard.

It’s as though translating takes me out of time and place. That’s how I finally find the peace I need to juggle my own words and the words of the other, to mix and exchange them, put them in the right spots to the best sound. Like a child absorbed in solving a puzzle.

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I started translating because of one particular book. I Wonder as I Wander contains the travel memoirs of Langston Hughes, who wasn’t only a poet, but also a playwright, novelist, journalist, as well as black, gay, and communist. During the 1930s, this wacky character roamed around the Soviet Union, Cuba, and the Caribbean while visiting congresses, theater performances, and all kind of other events, all because he was a born explorer who was insatiably curious and skilled at making a home.

The book’s content surely influenced me, but the thing that really struck me and I fell in love with was the title—these two homophones whose meaning shifts completely by the change of a mere vowel, which doesn’t even alter the sound of the words, but shows up only in the tiny hook of the cursive letter a. The title contains the sound of steps, the imperceptible movement of someone lifting their head in curiosity, the racing fantasy, the wide-open eyes, so they can see as much as possible, the mind wandering in search of answers, the ping-pong of doubts. I remember thinking: this title is untranslatable. And then: could I travel and translate? At the same instant, I realized I wasn’t interested in short-term holidays, the brisk and furious rushing into a particular place. No, I wanted to spend weeks and months living in new cities. And the profession of a translator was going to afford me that possibility. Maybe—I didn’t know for sure. But it was precisely that idea—to make a living wondering as I wander—that became a reality.

I still don’t have the perfect translation for the title of Hughes’ book. On the other hand, no such thing as a final translation exists. It wasn’t me who said this, but Borges: “El concepto de texto definitivo no corresponde sino a la religión o al cansancio. . . ” The notion of a definitive text belongs only to religion or to exhaustion . . . As far as I’m concerned, no such things as a definitive home or definitive homeland exist either. When I think about it, I’m in Italy out of mere inertia. Going on long journeys is simpler than totally breaking from one’s roots.

Yes, every time I make a home and spend a few months somewhere, a point comes when the distance becomes hard to handle. But in the end, the books I translate keep me company and make me feel at home. It’s like I’m spending the night at the famous “Inn of the Faraway,” which Antoine Berman talks about. As a metaphor for translation, the Inn of the Faraway is the place where the stranger is warmly welcomed, where the two strangers—myself and the author—get to meet and discuss, and create the same story in the new language.

Incidentally, at my little hostels or big hotels, I make homes not just for myself but for my work as well, because having a cozy and comfy nest for myself is as important as creating a shelter where the words from the book before me can feel happy and comfortable.

The funny thing is that I often happen to translate Teju Cole in hotels fit for a Maharaja of Jaipur—all pink, orange, and mosaics. Or Munro-Saki in the simple, Quaker-style bedroom in the house for writers and translators amidst the greenery of Ghent in Upstate New York. Or Iris Murdoch in a rented room in Queens. Or Siri Hustvedt at home in Milan. It seems that although I’m never at the appropriate place, some abstract personal space really does envelop both me and the translation . . . or maybe I just feel at home everywhere.

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For a few years now, my actual home has been a white apartment with lots of light. It’s a fourth floor walk-up, no elevator. Friends from all over the world come to visit and stay on the enormous foldout couch that I never fold back anymore.

There’s hardly anything in the apartment. Three windows that reach all the way to the ceiling, a large wall covered by books, two white tables and a white cupboard. A white kitchen, a white bathroom, and so forth. That’s the way it was when I got it, I just painted everything with a new layer of white paint.

I like clothes but I’m too lazy to shop for them, which is why I only have a few. I love books, but I need to stop buying them because I have too many. Yes, the only thing in abundance at home are the books. I don’t keep any other objects around—no paintings, no photographs. I learned not to get attached to belongings. I’m happy to lend or rent out the apartment whenever I’m not around.

Maybe in a similar way, I don’t get too attached to the words I use when I translate. With time, I’ve acquired a certain distance—that I, of course, regularly lose—from everything that can be lost. This is actually an art, as Elizabeth Bishop rightly notes:

The art of losing isn’t hard to master;

so many things seem filled with the intent

to be lost that their loss is no disaster.

Lose something every day. Accept the fluster

of lost door keys, the hour badly spent.

The art of losing isn’t hard to master.

Then practice losing farther, losing faster:

places, and names, and where it was you meant

to travel. None of these will bring disaster.

I lost my mother’s watch. And look! my last, or

next-to-last, of three loved houses went.

The art of losing isn’t hard to master.

I lost two cities, lovely ones. And, vaster,

some realms I owned, two rivers, a continent.

I miss them, but it wasn’t a disaster.

—Even losing you (the joking voice, a gesture

I love) I shan’t have lied. It’s evident

the art of losing’s not too hard to master

though it may look like (Write it!) like disaster.

And since losing is unavoidable, I prefer to think of what it is that I gain.

I gain, for example, many people whose bizarre company I can always rely on. They’re like the imaginary friends from our childhood—all the personalities that start to speak my language as if by a miracle and who stay with me for a long time (as long as the translation or the memory lasts). They stay with me with their voices, their clothes, their gazes, their gaits, their gestures. I gain—it can even be said that I steal—their stories, their tales of marriages, wars, births, divorces, deaths, and tangled balls of feelings—hatred, love, passion, suspicion, joy. And much more.

I gain new words, words made up by the author that I’m then also compelled to make up—complicated words, poetic words, irritating words.

I gain memories of sometimes-insignificant details from the texts I translate—like miniature photographs. A fragmentary diary, similar to Instagram and consisting of hands, windows, eyes, little coffee cups, whiskey tumblers, gas stations, clothes, scissors, lipsticks. Everything that grabs my attention with its beauty or with the fear to which it gives rise, that I wouldn’t be able to render its beauty.

My treasures are small but they compensate for the losses generously.

On the other hand, sometimes I gain enormous trophies, whole geographies. I’ve roamed around all kinds of places in the books I’ve translated. Thousands of pages scattered around all continents.

When I travel in real life, however, even if it’s for many months, I travel light. Less is more.

Originally translated from Italian to Bulgarian on the train

from Zurich to Milan by Neva Micheva.