The Passenger India

Abbiamo fatto tre domande Gioia Guerzoni, traduttrice, scout letterario e consulente editoriale dell’ultimo volume di The Passenger: ci ha raccontato il suo rapporto con l’india, abbiamo preso appunti per i prossimi paesi da esplorare e abbiamo imparato cosa significa «jugaad». Se volete scoprirlo anche voi, qua sotto trovate le sue risposte:

• Qual è il tuo rapporto con l’India?

Un po’ come un ex fidanzato, un grande amore finito che ora è una bella amicizia. Ci ho passato in tutto sei anni e mezzo, ho fatto i calcoli. Quasi sempre nelle grandi città. Delhi, Bombay, Calcutta, e vari mesi anche a Varanasi e Jaipur. Ne ho scritto un po’ qui (http://www.altrianimali.it/2016/04/01/4143/) qualche anno fa. Probabilmente ne capisco meno di prima, dell’India, ma quando ci sono capitata a 19 anni – per caso, non per cercare me stessa o per fare yoga – mi sono innamorata delle persone. Di una certa fanciullezza che a volte può sembrare naïf ma spesso regala lezioni importanti (tipo piantala di lamentarti di quello che non hai, per esempio, che sembra facile ma è lo sport preferito di chi ha tutto). Ultimamente ci sono tornata per lavoro e ho avuto la conferma che anche se non riuscirei più a viverci per mesi, soprattutto con questo governo, e un paio di settimane mi bastano, magari quattro se ho un buon motivo per andarci, sono le persone la ragione per cui ho continuato a tornare. Un tempo facevo la dura, banale meccanismo di sopravvivenza, ora, forse per l’età o perché non devo più dimostrare niente a me stessa, le persone mi commuovono proprio. Come ti guardano, cosa ti dicono, i gesti che fanno. Non solo i miei amici indiani ma anche, che ne so, i venditori di tè o quelli vengono a prendere la roba da lavare negli alberghetti, oppure le famiglie che ti offrono il cibo in treno anche se il loro bagaglio è due sacchetti di tela con tutti i loro averi. Poi molti fanno proprio ridere, hanno un grande senso dell’umorismo, tipo Peter Sellers in «The Party».

• Nonostante la diversità e la ricchezza della cultura indiana, è possibile rintracciare dei caratteri comuni?

Be’, è una domanda gigantesca, vertiginosa, non saprei rispondere nemmeno sull’Europa. Forse i milioni di divinità. Il traffico delirante ma scorrevole, con le macchine che sfiorano mucche, rickshaw, capre, passanti, carretti, biciclette, in un flusso ininterrotto. La capacità di cavarsela con poco, di darsi da fare, di trovare soluzioni. Che poi c’è pure una parola hindi per questa cosa, cioè jugaad. Faccio fatica ad affermare qualcosa di sensato per un continente intero. Potrei dire che negli slum non ti ammazzano per due soldi, come capiterebbe molto probabilmente a Rio o a Lagos, ma di certo non è un paese non violento, come si è visto visto varie volte – basta pensare ad Ayodhia (ero in zona per caso e ho vissuto il coprifuoco e il delirio di quelle settimane) e e ai pogrom del Gujarat e anche pochi giorni fa a Delhi. Quella di un popolo pacioso è una favola che ci siamo inventati in Occidente. «Oddio strano pensavo che fossero tutti lì beati a fare yoga dal mattino alla sera…» Eh no.

• A quale paese vorresti dedicare il prossimo numero di The Passenger? Perché?

Al Pakistan, perché sono paesi cugini. Quando sono andata a Lahore – via terra, da Amritsar, un viaggio breve, esilarante e per nulla eroico ma semplicemente sconsigliato di default dai governi – tutti gli amici indiani mi dicevano «Oh che meraviglia, sogno di andarci, sei fortunata a poter entrare in entrambi i paesi». Stessa cosa mi è successa con gli amici pakistani quando poi sono arrivata. Un paese meraviglioso, non è facile viaggiarci ma fattibile, e i pakistani, be’, li amo come i loro cugini. E poi ci sono scrittori fantastici.